Di vita, di idee, di calcio, di libri, di cinema, di cose semiserie e del perché ho sempre ragione io. O quasi.

Capitolo Due

Sì, sì, l'immagine di Giacomo in aereo alla volta di Parigi è generata con l'Intelligenza Artificiale

Nonostante la notte insonne, alle otto e trenta del mattino Giacomo era già seduto alla scrivania del suo ufficio in via della Loggia, con in mano il bicchierino di plastica del caffè preso alla macchinetta. Dalle grandi finestre del quarto piano la luce del porto riempiva la stanza di un tono freddo, che scivolava sul parquet fino a raggiungere la libreria in ferro brunito, dove gran numero di monografie d’arte si alternava ai vecchi campionari di tessuto rilegati all’interno di grandi dorsi consunti.

Il fruscio leggero della porta a vetri preannunciò l’ingresso di Allegra. Quarant’anni, occhi verdi, capelli biondi tagliati corti, un metro e settanta di austera eleganza: pantalone grigio scuro dal taglio rigoroso, camicia color avorio, l’aria di chi aveva già sbrigato metà delle pratiche prima ancora di accendere la luce in ufficio. Allegra non perdeva mai tempo in convenevoli inutili.
“Buongiorno, Giacomo” disse posando sul bordo della scrivania il blocco degli appuntamenti della settimana. “Ho dato un’occhiata alle scadenze con i clienti svizzeri. Se vogliamo chiudere gli ordini invernali prima di venerdì dobbiamo darci una mossa.”
“Fissami una call per le dieci e mezza, Allegra. Così proviamo a definirli. Io sono in partenza per Parigi.”

Allegra non batté ciglio. Con Giacomo, le partenze improvvise erano un’abitudine.

“Quando parti? A che ora?”
“Domani. Alle 12 voglio essere a Parigi.”
“Volo diretto da Falconara o scalo a Milano?”
“Se c’è il volo diretto è meglio. Altrimenti Linate. Vedi tu. Mi serve un albergo in centro, zona Opéra o Grands Boulevards. Trovamelo tra i soliti.”

“Ricevuto” rispose Allegra, con le dita già sulla tastiera del computer. “Ti prenoto il volo delle sette e dieci da Falconara, arrivi al de Gaulle in mattinata. Per l’albergo penso io, vedo se hanno posto al Taitbout Opéra, e ti mando la conferma sul cellulare.”

Fece per girarsi verso la porta, poi si fermò un istante, voltando appena il capo.

“Hai una cera pessima, Giacomo. Se hai bisogno di riposare, posso pensare io al meeting di stamani. I clienti svizzeri li conosco meglio di te.”
“Sto benissimo, Allegra” rispose lui con voce ferma e senza alzare lo sguardo. “Fammi sapere del volo.”

La porta a vetri separò Allegra da Giacomo che, rimasto solo, poté tirare fuori dalla borsa la busta, con dentro la chiave e il foglietto, per chiuderla nel primo cassetto. Archiviata la call con i clienti svizzeri poco prima delle dodici, il display del cellulare vibrò: tre notifiche da Allegra con le carte d’imbarco e la prenotazione dell’hotel in rue Taitbout.

Giacomo spense il computer, prese il borsone e raggiunse a piedi la solita piscina che frequentava da anni, a pochi passi da Via della Loggia. L’odore del cloro e l’eco ovattata dei tuffi e delle voci che salivano dall’acqua, lo accolsero come ogni lunedì. Nuotò a lungo, cercando di lasciare nello spogliatoio i problemi di lavoro e gli interrogativi legati alla strana busta di Marianna. Ma non ci riuscì: l’immagine della chiave numero 13 era fissa nella sua mente, e ogni vasca sembrava un ostacolo insormontabile tra lui e quella cassetta di sicurezza custodita in una banca nel cuore di Parigi.

Mangiò un boccone veloce in un locale del centro, lasciando vagare lo sguardo oltre la vetrata, verso il profilo del Duomo in cima al colle Guasco, e lungo le strette vie che aveva chissà quante volte percorso con Marianna, mano nella mano.
Alle due e mezza, con la luce del porto che si tingeva dei caldi toni pomeridiani, Giacomo rientrò in ufficio. Allegra era già al suo posto, china sul cassetto socchiuso della sua scrivania, con un foglio un po’ sgualcito ripiegato tra le dita. Al rumore dei suoi passi infilò il foglio nel cassetto, lo richiuse alla svelta e, computer sottobraccio, si alzò per accompagnare Giacomo nel suo ufficio. Appoggiò il computer sul legno scuro della scrivania e andò dritta al punto:
“È arrivata una PEC dalla Tessitura Cresti. Fanno dietrofront sulle consegne del cashmere. Sostengono che i nuovi finissaggi richiedano tre settimane in più e che non se ne parlerà prima di novembre inoltrato.”

Giacomo fissò il vuoto per un istante, prima di incrociare di nuovo lo sguardo della donna. Cresti non era un fornitore qualsiasi: a loro, da oltre dieci anni, Giacomo affidava l’intera produzione dei tessuti in cashmere destinati ai capispalla sartoriali. Uno slittamento di tre settimane avrebbe significato saltare il riassortimento dei negozi di Milano, Parigi, Londra e Zurigo, lasciando sguarnite le vetrine dei clienti più importanti.

“Tre settimane di ritardo sono inaccettabili. Quelli di Cresti dovrebbero saperlo” disse Giacomo, la voce bassa ma tesa, mentre le dita sfioravano il bordo della stilografica che Marianna gli aveva regalato due anni prima per il loro anniversario. “Hanno preso l’impegno tre mesi fa, con prezzi e scadenze ben definite. Perché ora si tirano indietro?”
“Perché l’aumento delle materie prime li spinge a inseguire i grandi clienti, a scapito di chi, come noi, lavora su piccole quantità” rispose Allegra appoggiando i gomiti alla scrivania. “Ci giurerei”, concluse.

Giacomo si passò una mano sugli occhi, avvertendo il peso della stanchezza accumulata durante la notte. Aveva la testa altrove, la grana piantata da Cresti capitava nel momento peggiore.

“Non possiamo permettercelo, Allegra. Chiama Ludovico e passamelo subito. Voglio sentirlo adesso. Se pensano di trattarci come un cliente qualunque, hanno fatto male i conti.”

Allegra annuì, compose il numero sulla tastiera del telefono e attese un solo istante prima di fare scivolare l’apparecchio sul piano della scrivania, accompagnandolo verso Giacomo con un cenno del mento.

“È in linea.”

Giacomo afferrò il telefono fisso, la voce controllata, composta ma fredda.

“Ludovico, spero che quella PEC sia uno scherzo di pessimo gusto o il frutto di qualche impiegato troppo zelante che non sa come funziona il nostro lavoro.”

Dall’altro capo del filo la voce di Ludovico arrivò sottile, quasi spaurita. Attaccò subito a giustificarsi prima ancora che Giacomo smettesse di brontolare. Tirò in ballo un terzista:

“Giacomo, sai bene che il finissaggio delle nostre pezze lo affidiamo a un terzista. È così carico di ordini che non riesce a consegnarci la merce nei tempi previsti. Abbiamo provato con altri laboratori, invano. Ho bisogno della tua pazienza.”

“Se a novembre le vetrine di Milano, Parigi, Londra e Zurigo restano vuote perché il tuo terzista è sovraccarico, a me non importa di chi sia la colpa, Ludovico” replicò Giacomo scandendo ogni singola sillaba con precisione quasi chirurgica. “Io ho firmato i contratti con la Tessitura Cresti non con il terzista. E i contratti siglati a giugno parlano chiaro. Devo ricordartelo? Se perdo i clienti vado a discutere col terzista?”

“Giacomo, credimi: stiamo facendo i salti mortali per garantire consegne accettabili” cercò di replicare Ludovico. “Dammi qualche giorno, Giacomo. Tenterò di ridurre il ritardo. Ci metto la faccia in prima persona, te lo prometto.”

Giacomo restò a guardare il profilo dei nuovi campionari di tessuto ordinati sulla scrivania, avvertendo più che mai il peso della stanchezza che combatteva dal mattino. Una spaccatura netta con Cresti in questo momento avrebbe bloccato l’intera stagione, ma accettare supinamente un ritardo così significativo voleva dire perdere il controllo della situazione e far saltare i contatti coi clienti più importanti.

“Ok, Ne riparliamo al mio rientro. Ma vedi di fare in modo che il tuo terzista trovi una soluzione, perché mi stai seriamente mettendo nei guai.”

Chiuse la comunicazione senza aspettare la replica, posando la cornetta sulla base del telefono con un tonfo secco. Vediamo se la risolve, pensò, lo sguardo fermo sul telefono. Vediamo se si ricorda di quel che ha fatto Marianna per lui.

Un istante dopo, quasi per inerzia, lo sguardo si posò sul primo cassetto della scrivania. Giacomo allungò la mano verso la maniglia, prese in mano la busta di Marianna, poi, scorgendo Allegra muoversi dal suo ufficio, la rimise di scatto nel cassetto e tornò alle email rimaste in sospeso. Restò in ufficio ancora a lungo, finché il sole del pomeriggio non iniziò a calare sul mare, colorandolo di un meraviglioso arancio acceso. Ad Ancona il sole tramonta sul mare.

Alle 19.00 aprì il cassetto, infilò la busta nella tasca interna del borsone e uscì per immergersi nel viavai di Corso Garibaldi. La nebbia della sera prima aveva lasciato il campo all’aria limpida che soffiava dal mare. Le insegne dei negozi illuminavano lo struscio del tardo pomeriggio. Commessi indaffarati si muovevano silenziosi dietro le vetrine accese. In Piazza Roma un piccolo capannello di pensionati discuteva di politica, mentre un gruppo di giovani poco distante reggeva uno striscione sbiadito per una raccolta firme di cui nessuno, a quell’ora, sembrava più curarsi. Giacomo si diresse verso la vetrina della sera prima, dove il cappotto grigio in lana e viscosa era ancora lì ad attenderlo. Stavolta non ebbe alcuna esitazione. Entrò e lo comprò. Proseguì poi verso la solita boutique di calzature artigianali: aveva bisogno di un paio di scarpe nuove per la trasferta francese.

“Buonasera. Posso aiutarla?” domandò la commessa con voce ferma. Gli si fece incontro con una camminata sicura, indossando un pantalone scuro dal taglio classico e una camicia bordeaux di seta sotto la giacca corta dello stesso tono del pantalone.

Giacomo, che non l’aveva mai vista prima, intuì si trattasse di una nuova assunzione.

“Buonasera, vorrei una scarpa stringata classica, marrone scuro, morbida. Porto il quarantadue. Parto domani e ho bisogno di un paio di scarpe nuove e comode”.

La donna annuì, si voltò verso la scaffalatura sul fondo e tornò poco dopo con due scatole di cartone rigido.

“Le propongo due modelli” disse posando entrambe le scatole sulla poltrona a fianco di Giacomo. “Il primo è più strutturato, mentre l’altro ha una forma più morbida. Cominciamo misurando il primo.” Estrasse una scarpa dalla prima scatola e la posò sul parquet davanti a lui, accompagnando il gesto con un sorriso misurato e professionale.

“La provi. È realizzata a mano e ha la suola in cuoio trattata per la pioggia. Le ho preso mezza misura in più, le scarpe dei nostri artigiani calzano sempre un po’ strette.”

Giacomo infilò il piede destro nella calzatura e si chinò per allacciare la stringa. Fu allora che la donna si inginocchiò davanti a lui, premendo leggermente la punta della scarpa per verificare lo spazio a disposizione delle dita. Mostrava una grazia naturale che catturò la sua attenzione. Senza distogliersi dalla scarpa, Giacomo avvertì una sottile, inaspettata distensione in quella giornata così faticosa, come se la pacata eleganza di quella donna riuscisse per un attimo ad attenuare il rumore di fondo dei suoi molti pensieri. Si alzò, fece due passi sul parquet per testare la flessibilità della suola, e osservò l’immagine della scarpa ai suoi piedi riflessa nello specchio alla base della colonna. Calzava a pennello, senza alcuna costrizione. Restò un istante fermo, lo sguardo ancora sulla scarpa, prima di rivolgere il suo sguardo alla commessa.

“Perfette. Le prendo” disse Giacomo con aria soddisfatta. “Non serve nemmeno che mi faccia provare l’altro modello.”

Mentre la donna batteva lo scontrino e sistemava le scarpe nella scatola, scambiarono due battute sulla qualità delle concerie marchigiane e sulla pioggia che Giacomo avrebbe trovato a Parigi. Pochi istanti e i due si salutarono con ampi sorrisi.

Quando uscì dal negozio, stringendo la borsa con la scatola delle scarpe nuove sotto il braccio e avvertendo il fresco della sera pungergli il viso, il nome di Adele — letto sul piccolo tesserino identificativo che la donna indossava sul taschino della giacca — rimase a vagare nella sua mente, lasciandovi una leggera traccia di piacevolezza.

Quella notte, prima di chiudere la valigia, prese la busta dal borsone e la infilò nella tasca interna della giacca, accanto al passaporto.

L’indomani, all’alba, l’aereo tagliò in perfetto orario la cappa di foschia che avvolgeva la costa anconetana e prese a salire in direzione delle nuvole, puntando dritto verso Parigi.

Con la fronte appoggiata al finestrino, Giacomo guardò la terra allontanarsi sotto di sé. Attraverso la caligine del mattino, la sagoma scura del Conero emergeva dall’acqua come la schiena di un gigante addormentato, svettando sul grigio del mare Adriatico. Ai piedi del monte, i sassi bianchi di Portonovo e il piccolo specchio d’acqua della baia andavano rimpicciolendosi rapidamente. L’aereo virò dolce verso nordovest sorvolando l’entroterra anconetano, un susseguirsi ordinato di colline coltivate nei colori del verde e dell’ocra, tagliate dalle linee sottili delle strade e dei fiumi diretti verso la costa.
Giacomo chiuse gli occhi e rivide per un attimo Marianna al suo fianco lungo la scalinata del municipio. Il sorriso degli invitati li accompagnava mentre salivano spediti verso la Sala Giunta del Municipio di Ancona, dove pochi minuti dopo sarebbero divenuti marito e moglie. Per un istante gli parve di sentire ancora il suo profumo, una nota di iris e muschio bianco che si era fatta comporre su misura da un profumiere di Grasse e alla quale non avrebbe più rinunciato. Rimase assorto nei suoi ricordi per lunghi minuti, mentre l’aereo prendeva a sorvolare la Pianura Padana.
Un lieve sobbalzo del velivolo lo distolse dal ricordo. Giacomo riaprì gli occhi, la fronte ancora appoggiata al finestrino, e vide in lontananza le cime innevate delle Alpi occidentali stagliarsi contro il cielo terso di quella mattina d’ottobre.
Ancora poche ore e avrebbe varcato l’ingresso di una banca nel cuore di Parigi per spiegare, a un impiegato che non conosceva, di essere lì ad aprire una cassetta di sicurezza intestata a sua moglie, morta sei mesi prima. Sorseggiò la tazza di caffè offerta dalla hostess e aprì il giornale che aveva comprato in aeroporto.

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