Di vita, di idee, di calcio, di libri, di cinema, di cose semiserie e del perché ho sempre ragione io. O quasi.

Capitolo Uno

L’insegna appariva meno luminosa del solito. Un velo di nebbia sceso all’improvviso, smorzava la luce fredda dei led. L’ampio fondo bianco che incorniciava le quattro grandi lettere nere, perdeva i suoi contorni mescolandosi con l’aria umida del centro. Un tempo, là, nel palazzo ottocentesco che ora ospita il punto vendita di una famosa casa di moda spagnola, c’era un grande supermercato. Quattro piani di abiti, stoviglie, arredi, giocattoli, utensili per la casa e articoli di ogni genere avevano lasciato spazio, da più di vent’anni, agli outfit della catena spagnola nota per il suo stile sobrio e per il listino mai troppo esigente. La proposta per l’autunno-inverno era in vetrina ormai da qualche settimana. Dominava il grigio, in ogni sua declinazione: tortora, antracite, fumo di londra erano solo alcuni dei toni nei quali la multinazionale iberica allestiva le sue vetrine nell’attesa di un inverno che si preannunciava rigido come non accadeva da tempo. I funghi di acciaio che riscaldavano gli aperitivi serali erano già al lavoro tra i marciapiedi affollati di gente. A due passi, dietro le reti che dividono il porto dalla città, la sagoma dell’ultima nave si lasciava inghiottire dalle nebbie per nascondersi dietro il colle Guasco, all’ombra della cattedrale di San Ciriaco. Faceva freddo, ad Ancona. Lungo Corso Garibaldi, passanti solitari e frettolosi, avvolti nelle sciarpe, si alternavano a piccoli gruppi di persone ferme a chiacchierare tra loro. I piumini leggeri e colorati si mescolavano ai primi giacconi invernali. Un beagle maschio, cappottino giallo, coda alta e fiera, annusava l’asfalto e spariva dietro l’angolo.

Il nuovo cappotto in vetrina, morbido, in lana e viscosa, grigio scuro melange, sembrava fatto per lui. Ci fosse stata Marianna, lo avrebbe già spinto a comprarlo. Girare per negozi, curiosare tra gli scaffali di una stock-house o sbirciare le vetrine del centro per cedere al desiderio di indossare l’ultima novità erano piaceri sui quali Marianna amava indugiare. Il mondo della moda, d’altronde, era stato a lungo il suo habitat naturale. La laurea in Disciplina delle Arti, della Musica e dello Spettacolo l’aveva portata a Parigi, nell’universo del prêt-à-porter, dove per quindici anni aveva organizzato le sfilate di alcuni tra i più grandi stilisti della Ville Lumière.

Fu proprio nella capitale francese che Giacomo la incontrò per la prima volta. Accadde d’estate, in una Parigi afosa e illuminata dal sole. Erano gli anni in cui Giacomo curava le vendite di un’azienda italiana che disegnava abiti e accessori per l’alta moda, perfetti per le grandi maison d’oltralpe. Per le loro sfilate colme di sfarzo, i suoi accessori realizzati a mano e i suoi abiti sartoriali erano perfetti: i grandi stilisti francesi impazzivano per le sue proposte. Trascorreva intere settimane in loro compagnia, al fianco di sarti, modellisti, ricamatori e top model. Sotto i suoi occhi vedeva nascere veri e propri capolavori, abiti dai prezzi impossibili, realizzati con una maniacalità e una passione che non avrebbe più trovato altrove.

Per dotare un loro abito di una sua creazione, fosse una cintura, una collana o un prezioso inserto in pelle, arrivavano a spendere cifre che ancora oggi, a molti anni di distanza, risulterebbero sfacciate. In una notte di agosto, a due passi da Pont Neuf, Adeline Dubois, la ventitreenne top model francese che appena un mese prima era finita sulle copertine di tutto il mondo per il suo presunto flirt con il miliardario monegasco Éric Vance, sfilò con indosso un suo gilet di nappa interamente intarsiato a mano, un capolavoro riservato a pochi fortunati. Due anni prima, una maison di fama mondiale si innamorò di uno scialle in pelle ricamato in oro zecchino. Ci vollero due settimane di lavoro. Ne uscì un pezzo unico, irripetibile, un’opera d’arte contemporanea.

Sfilò, quel meraviglioso scialle, sulle spalle di Cassandre Thomas, fascinosa e algida modella che incantò l’alta società parigina e costrinse Vogue France a titolare “Le miracle italien”. Un successo dirompente. Fu quella la sera d’estate in cui lo sguardo di Giacomo incrociò per la prima volta quello di Marianna. Aveva da poco lasciato Cassandre dietro le quinte, pronta a sfilare, e si era seduto in prima fila a godersi lo spettacolo, nel suo impeccabile gessato blu e con un paio di Church’s ai piedi — unica licenza britannica che si concedeva in quel contesto rigorosamente francese.

“Sei italiano come me!” esclamò Marianna sedendosi alla sua sinistra per seguire la sfilata. L’aveva organizzata lei. E mentre era intenta a sistemare gli ultimi dettagli, lo aveva sentito parlare al telefono con sua madre ad Ancona. Giacomo l’aveva appena chiamata per dirle quanto bello fosse lo scialle che era riuscito a realizzare per i francesi.

“Mi chiamo Marianna. E tu?”, proseguì senza esitazione.

“Giacomo. Giacomo Balli. Piacere di conoscerti”, rispose lui fissandola negli occhi illuminati dal sorriso.

Non era un sorriso come gli altri. Era il più bel sorriso che lui avesse mai visto. Marianna indossava un completo grigio scuro e, sotto la giacca, un sottile pullover color corda aperto su di una camicia celeste. I boccoli neri e folti le scendevano sin sopra gli occhi azzurri e pieni di vita. Giacomo non riusciva a distogliere lo sguardo dal suo. Marianna se ne accorse, ma fece finta di niente. “Mi terresti la macchina fotografica?” gli chiese. “Torno subito”. Giacomo imbracciò la reflex e si sorprese a seguire con lo sguardo la sagoma di Marianna che, dandogli le spalle, spariva nel frenetico andirivieni della sala. Sarebbe tornata pochi minuti dopo con in mano due caffè e un piccolo vassoio di mignon. Il minuscolo bignè ripieno di panna valeva, da solo, il viaggio Ancona-Parigi. Nemmeno il tempo di metterlo sotto i denti che Cassandre irruppe lungo la passerella con il passo deciso e sinuoso delle top model. Lo scialle di pelle ricamato in oro zecchino, che lo aveva tenuto a Parigi per più di quindici giorni, apparve già al primo passaggio. L’applauso lungo e fragoroso dei presenti ne sancì il pieno successo. In quel brusio di voci e consensi, tra le luci accecanti dei riflettori, Marianna era lì accanto a lui, che sorrideva applaudendo con l’entusiasmo contagioso di un’adolescente.

Dinanzi alla vetrina di Corso Garibaldi l’euforia di Marianna sembrava ancora lì con lui.

Ma Marianna non c’era più. Se n’era andata sei mesi prima, al termine di un lungo, insostenibile calvario vissuto in compagnia di un mostro spietato: il cancro. Quell’applauso trionfale, riaffiorato all’improvviso nella sua mente, si spense di colpo contro il silenzio freddo e pesante del presente.

Giacomo indugiò all’ingresso del negozio, tentato da quel capo grigio che lo riportava indietro negli anni, a quando già da ragazzo, ai giacconi ingombranti di moda all’epoca, preferiva cappotti leggeri e dal taglio essenziale. Al rintocco delle campane realizzò di essere in ritardo. Distolse lo sguardo dalle vetrine e si diresse con passo svelto verso il bar dell’angolo. Erano passate da poco le venti quando la cassiera, sulla destra, lo accolse col solito sorriso.

Giovanni era in piedi dinanzi a uno spritz di cui rimanevano sì e no due dita. Arrivava sempre in anticipo. Era maniacalmente puntuale. “Sediamoci di là”, sussurrò all’orecchio sinistro di Giacomo. Gli aveva telefonato il giorno prima. Non si sentivano da un po’. “Ho bisogno di vederti” gli aveva detto. “Ti aspetto al bar domani alle 20. Sii puntuale”. Aveva chiuso la telefonata senza nemmeno salutarlo. Giacomo non ci fece granché caso. Giovanni l’abitudine di mostrarsi misterioso ce l’aveva da sempre. Qualche mese prima lo aveva chiamato perché, disse, aveva da confessargli un importante segreto, di quelli che si rivelano solo agli amici più intimi e più riservati. Scoprì l’indomani che aveva solo deciso di cambiare la sede del suo studio notarile. Un’altra volta si era presentato da lui, in ufficio, fradicio di pioggia, per comunicargli — sempre in gran segreto — che sua sorella, dieci anni più grande di lui, avrebbe cambiato lavoro e si sarebbe trasferita a Milano, in zona Porta Nuova. Figuriamoci quanto la sua telefonata del giorno prima potesse preoccuparlo. Si sedettero spalle alla vetrina, il più distante possibile dall’ingresso, nell’angolo che il locale descrive tra Corso Garibaldi e Piazza della Repubblica. A destra il passeggio di una domenica sera che andava scemando. Alle spalle le luci fioche del porto smorzate dalla nebbia, a sinistra la sagoma austera e illuminata del Teatro delle Muse. “Un altro spritz, per cortesia”. Giovanni reggeva l’alcol come pochi. Giacomo, astemio da sempre, si rifugiò nel solito noiosissimo analcolico alla frutta: un mix di mela verde, kiwi, pompelmo, limone e menta.

“Allora? Che succede? Tuo cognato si è sbucciato un ginocchio facendo jogging?” chiese Giacomo, accennando un sorriso sornione. Giovanni non rispose subito. Fece ruotare il bicchiere sul tavolino, gli occhi bassi. “No”, disse, “stavolta no.” Il tono lo colse alla sprovvista. Giacomo smise di sorridere. “Che vuol dire ‘stavolta no’?” Giovanni alzò lo sguardo e, per la prima volta da anni, assunse un tono molto poco divertito. “Devo parlarti di Marianna”, disse con voce sussurrata. Il nome di Marianna colse Giacomo di sorpresa. Rimase in silenzio, deglutì più volte, la gola improvvisamente secca. “Che c’entra Marianna?”, disse. Giovanni non rispose. Guardò fuori, lungo il passeggio del corso, come cercasse lì le parole più giuste da pronunciare. “Qualche mese prima di morire venne a trovarmi in studio. Senza avvisarmi.” Bevve un sorso, lento. “Era piuttosto affannata, di corsa. Mi consegnò una busta gialla sigillata, di quelle imbottite con il pluriball. Mi chiese di custodirla in cassaforte. Di non aprirla per nessun motivo.” Fece una pausa più lunga delle altre. “E di non dire niente a nessuno. Nemmeno a te.” Giacomo sentì un peso salirgli in gola. “Nemmeno a me?” “Nemmeno a te”, ripeté Giovanni, con l’imbarazzo di chi vorrebbe chiedere scusa. “Disse che sarebbe tornata a prenderla più in là. Non mi diede una data. Non potevo immaginare che di lì a poco sarebbe morta, Giacomo. Se l’avessi saputo…” Si interruppe lì. Non finì la frase. Restarono entrambi in silenzio, col vociare del bar che sembrava di colpo lontano. “Perché me la dai solo ora?” chiese infine Giacomo, con un filo di voce.
Giovanni infilò una mano nella tasca interna del cappotto ed estrasse la busta. La posò sul tavolino, ma non la spinse subito verso di lui — la tenne ferma sotto le sue dita, come se lasciarla andare fosse più difficile del previsto. “Perché è stata lei a dirmi di aspettare. ‘Se non torno a riprenderla’, mi disse, ‘consegnala a Giacomo nel mese di ottobre’.” Sollevò la mano e finalmente spinse la busta verso di lui. “Ottobre è arrivato.”

Giacomo fissò il plico. Aveva i bordi leggeri, chiuso con del nastro adesivo. Non lo toccò subito. “L’hai aperta?” “No”, disse Giovanni senza esitazione. “Mi aveva chiesto di non farlo. E io ho non l’ho fatto”. Giacomo allungò la mano, lentamente, e afferrò la busta. Restò a fissarla ancora un istante, poi si alzò, passò alla cassa per saldare il conto e uscì di fretta, stringendo il plico tra le mani e alzandosi il bavero del cappotto per difendersi dall’aria umida di Corso Garibaldi. Camminò veloce lasciandosi alle spalle le luci del centro e addentrandosi tra le file alberate di viale della Vittoria senza quasi rendersene conto. Il vento freddo che soffiava dal mare portava con sé un leggero aroma di salsedine. Quando aprì la porta di casa, non ebbe bisogno di accendere la luce. La grande vetrata affacciata sul mare, illuminata dalle luci della strada, accendeva timidamente il salone del suo attico. Poggiò il cappotto sulla poltrona e si sedette alla scrivania posando la busta sul ripiano. Strappò via il nastro adesivo, aprì la busta e ne rovesciò il contenuto sulla superficie di legno massiccio. C’erano solo due oggetti: una piccola chiave di metallo pesante con inciso il numero 13, e un foglietto con su scritto l’indirizzo di una banca: BNP Paribas, 20 Boulevard des Italiens, Parigi.

Mentre fissava la chiave e il foglio, Giacomo non riusciva a comprendere cosa gli stesse succedendo. Di certo quella era la chiave di una cassetta di sicurezza. Ma cosa c’era là dentro? E perché Marianna aveva una cassetta di sicurezza in una banca di Parigi? Che significato aveva quella busta lasciata a Giovanni con mesi di anticipo? Chiuse il cassetto della scrivania, si alzò, spense la luce dello studio e, dopo una doccia veloce, si infilò sotto le coperte tormentato dagli interrogativi. Trascorse la notte senza chiudere occhio. L’indomani avrebbe prenotato il primo volo per Parigi.

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